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Notizie economia

  • La Cina bandirà la tecnologia straniera dagli uffici pubblici

    La Cina punta a eliminare la tecnologia straniera dai computer delle agenzie governative e di altri uffici pubblici nei prossimi tre anni, in un nuovo segnale di escalation con gli Stati Uniti sul piano della tecnologia. Tra i venti e i trenta milioni di hardware, scrive il Financial Times, potrebbero essere sostituiti con sistemi sviluppati internamente in base a una formula, il "3-5-2", che indica un rimpiazzo del 30% di computer il prossimo anno, del 50% nel 2020, e del 20% nel 2022. La mossa è in linea con una legge approvata nel 2017 sulla Sicurezza Informatica, e con le ambizioni di Pechino di ridurre la propria dipendenza dalla tecnologia straniera per sostenere lo sviluppo di sistemi interni, contenuta anche nella strategia Made in China 2025 per lo sviluppo del manifatturiero avanzato, scomparsa dai media statali per evitare di irritare gli Stati Uniti, ma mai accantonata dai dirigenti cinesi.

    La mossa si andrebbe a ripercuotere sui colossi della tecnologia a stelle e strisce, tra cui il quotidiano londinese cita Hp, Dell e Microsoft, che in Cina generano ricavi per 150 miliardi di dollari l'anno, anche se, secondo le stime del gruppo di consulenza Jefferies, una buona parte di questi ricavi provengono dal settore privato. La pressione sul piano di eliminazione della tecnologia straniera dai suoi apparati chiave svelato dal Financial Times - a cui Pechino starebbe pensando già dal 2014 - sarebbe ora più forte a causa degli attriti con gli Stati Uniti: in primo piano c'è la disputa tariffaria, su cui Pechino dichiara oggi di auspicare un accordo "il prima possibile", ma è soprattutto sulla tecnologia che si concentrano le attenzioni a livello internazionale. 

    Huawei nel mirino degli Usa

    In particolare, è il colosso delle telecomunicazioni, Huawei, a essere nel mirino di Washington con un bando di vendita di tecnologia Usa al gruppo - ora in standby in attesa degli sviluppi sulla disputa tariffaria con la Cina - e con una campagna per convincere gli alleati europei a non affidarsi al gruppo di Shenzhen per lo sviluppo delle reti 5G. Intanto, Huawei punta a espandere il numero di suoi prodotti che avranno il proprio sistema operativo, Harmony (Hongmeng, in cinese), a partire dal prossimo anno: il piano è stato confermato oggi da un portavoce del gruppo, anche se non c'è, al momento, l'intenzione di installare il sistema operativo sviluppato internamente su devices mobili e sui computer.

    Il gigante di Shenzhen non è l'unico gruppo nel mirino di Washington: altri 28 tra enti e gruppi delle tecnologie per l'intelligenza artificiale - tra cui aziende come Hikvision, Megvii, iFlyTek e SenseTime - sono finiti a ottobre scorso sulla black list del Dipartimento del Commercio Usa per le accuse di coinvolgimento in violazioni dei diritti umani nella regione autonoma nord-occidentale cinese dello Xinjiang.

    Una guerra fredda tech?

    Il profilarsi del decoupling tecnologico tra Cina e Stati Uniti e il rischio di una guerra fredda tech tra le prime due potenze economiche mondiali, sono stati toccati il mese scorso a Pechino, in occasione del New Economy Forum di Bloomberg. Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, si è detto perplesso sull'ipotesi di separare o di limitare la condivisione della ricerca scientifica.

    Gli Stati Uniti, ha detto, hanno sempre tratto vantaggio da una ricerca scientifica apertamente condivisa e, a suo modo di vedere, è impensabile abbandonare questo tipo di approccio. Appelli dai toni ancora più forti sono arrivati da altri ospiti al forum, tra cui il co-fondatore di Yahoo, Jerry Yang, secondo cui il clima attuale di diffidenza nella cooperazione tecnologia tra Washington e Pechino potrebbe "mettere a dura prova" lo sviluppo tecnologico in futuro.

    Il presente sembra, però, andare in un'altra direzione: già a luglio scorso Hp, Dell e Microsoft, figuravano tra i gruppi Usa elencati dal Nikkei che stavano considerando di portare una parte, il 30%, della loro produzione di laptop via dalla Cina, in risposta all'intensificarsi della diatriba sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Oltre a loro, anche altri giganti dell'informatica, come Apple, Nintendo e Google avevano dato segnali di volere spostare parte della loro produzione al di fuori della Cina.

    Una soluzione alla disputa sulla supremazia tecnologica sembra farsi sempre più urgente: secondo il Global AI Index pubblicato settimana scorsa dal gruppo di giornalisti investigativi Tortoise, che prende in esame 54 Paesi, gli Stati Uniti rimangono il primo Paese al mondo per lo sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale, ma la Cina è destinata a superarli entro i prossimi dieci anni. 

  • La partita dei dazi tra Cina e Usa si giocherà il 15 dicembre

    Il 15 dicembre è un giorno decisivo per il negoziato tra Usa e Cina: in mancanza di un'intesa tra le due parti scatteranno nuovi dazi.

    Gli Usa applicheranno una tariffa del 15% su altri 150-160 miliardi di merci importate dalla Cina.

    Pechino potrebbe rispondere applicando un'aliquota del 7,5% su 50 miliardi di dollari di merci importate dagli Usa. Con l'aggiunta di questi altri dazi il totale dell'import-export tra i due Paesi su cui applicare nuove tariffe sarebbe esaurito.

    Calcolando i rialzi tariffari già annunciati, con i 160 miliardi di merci cinesi aggiuntive colpite dai dazi Usa e con i 50 miliardi di merci Usa appesantite dai dazi cinesi tutto il commercio bilaterale tra Usa e Cina sarebbe incluso nella guerra e lo scontro, a quel punto, potrebbe riguardare le aliquote e non più le tipologie di merci.

    Secondo il Wall Street Journal questo rischio torna ora di attualità. Molti analisti avevano ipotizzato che le tariffe sull'import dalla Cina di beni che vanno dagli smartphone agli abiti, era stato disinnescato, dopo che gli Stati Uniti e la Cina avevano raggiunto una tregua provvisoria a metà ottobre.

    Ma le parole pronunciate dal presidente Donald Trump all'inizio della scorsa settimana, quando ha fatto sapere che Washington è disposta ad aspettare fino a dopo le elezioni presidenziali del prossimo anno per concludere un accordo commerciale limitato con Pechino, ha fatto riemergere lo spettro di una nuova sfida per l'economia globale. 

  • L'80% degli acquisti di beni di lusso viene influenzato dal digitale. Uno studio Facebook-Ipsos 

    Lo sviluppo e la diffusione delle piattaforme digitali hanno profondamente modificato il processo di acquisto dei prodotti di lusso. In particolare, i luxury shoppers sono molto attivi sui social media e, in Italia, il 96% utilizza Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp ogni giorno; circa l'80% delle vendite di beni di lusso a livello globale è influenzato dal digitale, mentre in Europa il 50% dei consumatori di beni di lusso ha trovato ispirazione grazie ai prodotti Facebook e in Italia, i processi di acquisto dei beni di lusso vedono l'utilizzo di un'app della famiglia Facebook nel 53% dei casi.

    A rivelarlo è uno studio commissionato da Facebook e condotto da Ipsos su un campione di 4.500 persone, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, in 6 mercati - Stati Uniti, Francia, Italia, Regno Unito, Hong Kong e Giappone - che ha evidenziato come la maggior parte dei touch-point che guidano l'intera esperienza di acquisto di prodotti di lusso sia digitale. Si tratta del primo studio di questo tipo commissionato da Menlo Park.

    L'indagine ha analizzato le piattaforme utilizzate, il comportamento e il percorso di acquisto dei clienti luxury con un focus sulla Next Generation, che comprende la Generazione Z (fino ai 22 anni) e i Millennials (23-34 anni), e sui consumatori alto-spendenti, ovvero persone che hanno fatto acquisti per almeno 10.000 dollari nell'ultimo anno. 

    I clienti alto-spendenti (38%) secondo lo studio sono piu' propensi a fare acquisti online rispetto al resto dei consumatori di beni di lusso (24%). Sebbene lo shopping online sia, quindi, ancora marginale e l'80% dei prodotti di lusso venga acquistato nelle boutique e nei punti vendita fisici, i touchpoint digitali sono fondamentali per influenzare le scelte d'acquisto, che nell'80% dei casi vengono guidate dalle interazioni online.

    Il digitale diventa, inoltre, un prezioso alleato anche nella fase decisionale: in Europa il 77% di chi acquista capi di moda di lusso consulta, infatti, lo smartphone mentre si trova in negozio. In questo contesto, secondo lo studio IPSOS, il 42% dei processi di acquisto a livello globale coinvolge almeno un'app della famiglia Facebook, una percentuale che sale al 64% per i consumatori alto-spendenti e al 65% per la Next Generation.

    Se si considera il mercato italiano, le app della famiglia Facebook vengono utilizzate nel processo di acquisto dal 53% degli intervistati e, nello specifico, dal 63% degli alto-spendenti e dal 78% della Next Generation. L'Italia si attesta, quindi, al primo posto in Europa per l'utilizzo delle app della famiglia Facebook nei processi di acquisto dei beni di lusso, seguita da UK (30%) e dalla Francia (26%).