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Notizie economia

  • Le ipotesi in campo per le pensioni e il dopo "quota 100"

    AGI - La partita per il post Quota 100 rischia di essere più complicata del previsto. La misura bandiera della Lega, che consente di lasciare il lavoro con almeno 62 anni e 38 di contributi, scadrà a fine anno, e si profila una lunga trattativa in vista della legge di bilancio. Al partito di Matteo Salvini non piace la soluzione indicata dal ministro dell'Economia, Daniele Franco, per ammorbidire il passaggio istantaneo dai 62 ai 67 anni, ovvero lo scalone che penalizzerà quei lavoratori che da gennaio del prossimo anno non potranno accedere a quota 100 e non hanno allo stesso tempo i requisiti per maturare la pensione di vecchiaia prevista dalla riforma Fornero.

    L'ipotesi che si fa strada, all'indomani del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al Documento programmatico di bilancio, è una nuova finestra di flessibilità, ovvero una sorta di 'quota 102', che offre nel 2022 la possibilità di uscita con 64 anni di età e 38 di contributi, e che diventerà quota 104 (66 anni di età e 38 di contributi) nel 2023 per soli 12 mesi prima di rientrare nel regime della riforma Fornero.

    Opzioni e proposte

    Tra le più papabili ci sarebbero anche deroghe a quota 102 e quota 104 per i lavoratori che svolgono attività usuranti. La scelta, quale essa sia, dovrebbe essere accompagnata dall'estensione di due anni e dal rafforzamento dell'Ape social, l'Anticipo pensionistico sociale introdotto nel 2017, destinato ai disoccupati di lungo corso, a chi assiste familiari o persone in estrema difficoltà e a una quindicina di categorie di lavoratori impegnati in attività considerate usuranti.

    La platea dovrebbe essere estesa in linea con le indicazioni della commissione tecnica del ministero del Lavoro incaricata di studiare la gravosità dei lavori che ha consegnato il suo rapporto: l'ampliamento delle categorie dei lavoratori gravosi (fino a che punto estenderla dipenderà dalle risorse a disposizione) e per alcune categorie, a partire dagli edili, con la riduzione del requisito a 30 anni di contributi invece di 36.

    Secondo quanto spiegano fonti sindacali, già il rafforzamento dell'Ape social da solo costerebbe 1 miliardo. E sarebbe questa, al momento, la dote totale per la previdenza che il governo intende spendere in manovra. La Lega fa muro e spera di strappare la proroga di un anno di quota 100, o in alternativa ripropone quota 41, ovvero il pensionamento anticipato al raggiungimento di 41 anni di contributi, compresi quelli figurativi a prescindere dall'età.

    A far comprendere quanto complicato sia il cantiere pensioni sono le numerose proposte presentate dai partiti in Parlamento. La proposta del Pd, a firma Debora Serracchiani e Cantone, chiede di stabilizzare l'Ape sociale e di estenderlo a nuove categorie di lavori gravosi, di rendere permanente

    Opzione donna, di introdurre con una delega la pensione di garanzia per i giovani e di ridurre la soglia di vecchiaia per le lavoratrici madri. Forza italia, invece, punta sulla possibilità di accedere al pensionamento per i lavoratori con almeno 62 anni di età e 35 anni di contributi, a condizione che l'importo del trattamento non sia inferiore a 1,5 volte l'assegno sociale e con una riduzione del 2% per ogni anno di anticipo rispetto al limite dei 66 anni.

    Fratelli d'Italia propone una soglia minima di 62 anni e una massima di 70 anni, con almeno 35 anni di contributi. Molte delle proposte vanno nella direzione di un'uscita flessibile anticipata con ricalcolo contributivo, quindi la possibilità di andare in pensione prima dei 67 anni di età ricalcolando l'intera pensione con il metodo contributivo.

    C'è anche la proposta del presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, che prevede la possibilità di uscita dopo 63 anni maturando solo il trattamento contributivo, con un'operazione in due tappe che consente di incassare subito la parte contributiva e al compiere dei 67 anni il resto. Secondo Tridico questa operazione potrebbe interessare 200.000 persone in tre anni. 

  • In Italia le auto elettriche sono raddoppiate in 9 mesi

    AGI - Le auto elettriche in Italia sono raddoppiate nel giro di 9 mesi, crescendo dalle 99.000 di fine dicembre 2020 alle 200.000 di settembre 2021. Il dato è contenuto nello Smart Mobility Report della School of management del Politecnico di Milano. L'andamento delle immatricolazioni è in crescita esponenziale, soprattutto se rapportata alle performance non brillanti del mercato dell'automotive. Le auto elettriche nel 2020 sono state comprate in particolare al Nord (67%), seguito dal Centro (26%) e dal Sud (7%), con una distribuzione regionale molto eterogenea che rispecchia, tra le altre cose, il diverso grado di diffusione delle infrastrutture di ricarica ad accesso pubblico e degli incentivi locali all'acquisto o all'utilizzo dei veicoli elettrici. Secondo il Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima,ricorda lo studio, dovremmo avere sulle strade nel 2030 6 milioni di veicoli elettrici.

    Considerando anche biciclette (+44% sul 2019), motocicli (+210%) e bus (+49%), i mezzi elettrici immatricolati in Italia nel 2020 sono cresciuti del 61%, e tuttavia rappresentano solo l'1% del parco circolante. "I numeri hanno subìto un'impennata, potremmo immaginare di trovarci a un punto di svolta, ma ancora non basta, poiché uno sviluppo di mercato inerziale, in linea con l'attuale trend di crescita, ci porterebbe al 2030 a disporre di circa 4 milioni di veicoli elettrici, ben al di sotto degli obiettivi del PNIEC - commenta Simone Franzò, Direttore dell'Osservatorio Smart Mobility - un'azione di policy più decisa ci permetterebbe invece di arrivare fino a 8 milioni di auto elettriche sulle strade, con un volume d'affari associato di 245 miliardi di euro. Senza contare un calo di emissioni di CO2 del 42% secondo le nostre simulazioni, che ipotizzano il rispetto delle soglie emissive stabilite dalla Ue e la parziale dismissione dei mezzi più inquinanti".

    La crescita degli ultimi mesi, rileva lo studio, è dovuta a tre fattori principali: il potenziamento degli incentivi all'acquisto (all'ormai consolidato Ecobonus si sono aggiunti i bonus per le immatricolazioni tra agosto e dicembre 2020 e tra gennaio e dicembre 2021, contenuti rispettivamente nel Decreto Rilancio e nella Legge di Bilancio); l'ulteriore incremento dei modelli elettrificati offerti dalle case automobilistiche, che puntano decisamente su questo mercato (a luglio erano 116 i veicoli plug-in, un terzo in più del 2020, di cui 71 PHEV e 45 BEV: dal 2015 sono quasi sestuplicati, con un'accelerazione nell'ultimo triennio, e oggi coprono pur non in modo omogeneo tutti i segmenti e le fasce di prezzo); il potenziamento dell'infrastruttura di ricarica ad accesso pubblico, che a luglio 2021 contava circa 21.500 punti di ricarica (+34% rispetto a un anno prima), in particolare concentrati in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Trentino Alto Adige, Lazio e Veneto.

    "Da qui al 2030 serve un deciso supporto normativo a favore della mobilità sostenibile, che può abilitare un giro d'affari pari almeno a 200 miliardi di euro, includendo l'acquisto dei veicoli e lo sviluppo dell'infrastruttura di ricarica, con potenziali benefici per tutta la filiera - rincara Franzò - sono certamente una buona notizia i 38 miliardi stanziati dal Pnrr (circa il 20% dei fondi disponibili) per promuovere iniziative come la diffusione delle infrastrutture di ricarica, o del biometano e dell'idrogeno nei trasporti, ma Francia, Germania e Spagna, ad esempio, hanno deciso di supportare maggiormente l'acquisto di veicoli elettrici, il cui elevato costo iniziale rispetto alle auto tradizionali rimane in Italia il principale scoglio da superare".

    L'Osservatorio ha infatti condotto la consueta survey su potenziali acquirenti, sempre più partecipata così come l'ampia schiera di aziende partner che concorrono alla ricerca, e ben il 70% dei rispondenti ha ribadito che la spesa iniziale è troppo alta per procedere all'acquisto, dimostrando che il rapido abbattimento della stessa grazie all'annullamento di tante spese legate alla vita dell'auto non riesce a vincere le resistenze. In forte diminuzione, invece, le preoccupazioni legate all'inadeguatezza percepita della rete di ricarica pubblica (21%) e all'autonomia dei veicoli (24%). Per gli attuali possessori di auto elettriche, le principali spinte all'acquisto sono state l'impatto positivo sull'ambiente, la possibilità di installare un punto di ricarica privato e di sostenere costi minori lungo la vita utile dell'auto.

    Fra i trend che stanno ridisegnando il mondo della mobilità troviamo lo sharing, che ha confermato nel 2020 una certa vitalità nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda scooter (+45%) e monopattini (+665%), mentre auto e bici sono in calo o stazionarie. Si tratta di veicoli in parte (12% delle auto, 30% delle bici) o totalmente (scooter e kick-scooter) elettrificati, circostanza che conferma la sinergia tra elettrificazione e condivisione, con l'unica eccezione delle auto: quelle in sharing in Italia a fine 2020 erano circa 7.300, ma le elettriche, dopo essere cresciute per 4 anni consecutivi, si sono più che dimezzate rispetto al 2019 (12% contro 25%). La flotta di scooter in sharing a fine 2020 contava a 7.360 unità, quella di monopattini elettrici 35.550: nonostante da noi il mercato sia appena nato, si è passati da 11 servizi di kick-scooter sharing in 3 città italiane a 64 servizi in 30. 

  • Si è dimesso il presidente della Bundesbank

    AGI - Il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, ha chiesto al presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier di dimetterlodall'incarico a partire dal 31 dicembre di quest'anno.

    Lascerà la Bundesbank, che dirige dal maggio 2011, per motivi personali. "Sono giunto alla conclusione che più di 10 anni sono un buon periodo tempo per voltare pagina, per la Bundesbank, ma anche per me personalmente".

    Il ringraziamento al personale

    Nelle parole di ringraziamento al personale, Weidmannha fatto riferimento ai risultati raggiunti: "L'ambiente in cui operiamo è cambiato in modo massiccio e i compiti della Bundesbank sono aumentati. La crisi finanziaria, la crisi del debito sovrano e più recentemente la pandemia hanno portato a decisioni nella politica e nella politica monetaria che avranno effetti duraturi. Per me è sempre stato importante che la voce chiara e orientata alla stabilità della Bundesbank rimanga fortemente ascoltabile. Con grande competenza, i dipartimenti hanno contribuito alle discussioni sulle giuste lezioni da trarre dalla crisi e sul quadro dell'unione monetaria. Sono stati adottati importanti cambiamenti normativi. La riorganizzazione della supervisione bancaria in Europa non solo ha portato a strutture di supervisione completamente nuove alla Bce, ma anche a un ruolo rafforzato della Bundesbank. Le nuove responsabilità della Bundesbank nell'area della stabilità finanziaria sottolineano anche il nostro ruolo centrale quando si tratta di un sistema finanziario funzionante".

    E il ringraziamento al Direttivo Bce

    Weidmann ha ringraziato poi i colleghi del Consiglio direttivo della Bcesotto la guida di Christine Lagardeper l'atmosfera aperta e costruttiva nelle discussioni a volte difficili degli anni passati e ha sottolinea l'importante ruolo stabilizzante della politica monetaria durante la pandemia, così come la conclusione positiva della revisione della strategia come una pietra miliare importante nella politica monetaria europea.

    Weidmann ha evidenziato che la Bundesbank ha contribuito con fiducia, con la sua competenza analitica e le sue convinzioni fondamentali, al processo di revisione recentemente concluso.

    "È stato concordato un obiettivo di inflazione simmetrico e più chiaro. Gli effetti collaterali e in particolare i rischi di stabilità finanziaria devono essere presi in maggiore considerazione. Un overshooting mirato del tasso d'inflazione è stato respinto", ha detto Weidmann.

    Sguardo al futuro

    Guardando al futuro, ha affermato che ora dipenderà da come questa strategia viene "vissuta" attraverso decisioni concrete di politica monetaria. "In questo contesto, sarà cruciale", ha proseguito Weidmann, "non guardare unilateralmente ai rischi deflazionistici, ma nemmeno perdere di vista i potenziali pericoli inflazionistici. Una politica monetaria orientata alla stabilità sarà possibile a lungo termine solo se il quadro normativo dell'Unione monetaria continuerà a garantire l'unità d'azione e di responsabilità, la politica monetaria rispetterà il suo mandato ristretto e non si farà prendere dalla scia della politica fiscale o dei mercati finanziari. Questa resta la mia ferma convinzione personale, così come la grande importanza dell'indipendenza della politica monetaria".